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Giuseppe Maria Farneti

Dal Blog di

Giuseppe Maria Farneti

Postato il: 2014-10-05 alle 19:43:48

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Il Goya e la Storia

Goya

Cronaca

Mi sono capitate sott’occhio le nefaste allegorie dipinte dal Goya, accompagnate dal famoso detto “il sonno della ragione genera mostri”. Ciò mi è servito da stimolo, assieme alla lettera di Marcello Veneziani che tre giorni fa ho pubblicato sempre su questo blog, per tornare ancora una volta sulle vicende controverse e divisive della nostra Storia, con particolare riferimento al periodo 1943/1945, cioè al periodo più terribile che ha conosciuto l’Italia, il periodo della guerra civile.

A causa di questo mio sguardo rivolto spesso al passato, tra i diversi commenti ho ricevuto anche irruenti invettive o sarcastiche considerazioni ma entrambi non hanno mai fatto venir meno quel forte desiderio/impegno che mi spinge a fare quanto già da tempo preannunciato : “testimonianza e controinformazione”. Con la determinazione di portare alla conoscenza e coscienza di quanti non sono afflitti da miope o strumentale ideologismo, alcune piccole sintesi di quell’autorevole e gigantesco lavoro prodotto da quei pochi studiosi che hanno avuto il coraggio di far luce sulle tante ombre del passato.

Sempre stimolato, nel far ciò, da un imperativo etico e da un forte impegno civile(troppe grida da una parte e troppi silenzi dall’altra, soprattutto nella nostra città), nella nella convinzione che sulle difficili vicende politiche e sociali che il nostro Paese ha attraversato e che in misura ancor più drammatica sta attraversando, non può continuare a gravare pericolosamente anche quella guerra civile ideologica che dal dopo guerra ad oggi non ha mai cessato di logorarci. Responsabilmente, la “vera cultura”, per definirsi tale, dovrebbe far sì che nel dibattito storiografico non incombano, in un senso o nell’altro, atteggiamenti vessatori, giustificatori o assolutori ma questo purtroppo da noi non avviene e il male si annida tutto qui, perché nel nostro Paese la politica ha fatto sì che l’onestà intellettuale divenisse merce del tutto rara.

I miei amici, cioè chi meglio mi conosce, sa che quanto vado ripetendo da tempo sul fascismo e sulle tragedie della guerra civile, non è l’effetto di condizionamento ideologico né tantomeno di quel sentimento nostalgico da me sempre considerato anacronistico e assurdo. E’ un tentativo, forse velleitario, per indurre qualche giovane ad approfondire una realtà più complessa di come è stata rappresentata dai tanti storici prezzolati che pullulano nelle scuole e nelle Università italiane i quali hanno avuto sempre, come unico scopo, quello di avvelenare quei “ pozzi” dove gli italiani vanno ad abbeverarsi.

E lo faccio, attingendo alla produzione storica trasmessa al popolo italiano dal più illustre studioso del periodo Fascista, quel Renzo De Felice che per fare una Storia rigorosamente correlata ai fatti, è stato declassato dai comunisti di casa nostra e dagli antifascisti militanti di varia estrazione ( che la volevano semplicemente ideologica), a “bieco revisionista” o ancor più a “filo-fascista”, anche se la sua voluminosa e faticosissima opera, per il rigore scientifico con cui è stata condotta e realizzata, a livello internazionale ha riscosso il massimo dei consensi. Chi in passato ha contestato le mie semplici, modeste o forse anche male espresse trattazioni, lo ha fatto solo con slogan, senza argomentare o addirittura ricorrendo a quegli stereotipi abusati che l’egemonia culturale comunista è riuscita a fare “penetrare” nelle scuole(leggi nelle teste), così da “indottrinare” studenti di ogni ordine e grado.

Tutto questo mentre ormai è certo, ma non sufficientemente diffuso, che quanto viene raccontato dalla fine della guerra ad oggi sulle tragedie dell’occupazione nazista e della guerra fratricida non è “ la Storia” ma, per lo più, il condensato della più feroce, violenta e crudele ideologia. Menzognera, aggiungo io e priva di pietas, come asserito da due illustri studiosi quali Gian Enrico Rusconi e Renzo De Felice: -la pietas per chi è caduto dalla parte sbagliata –dicono- dovrebbe essere fonte di ulteriore legittimazione politica e storica se corrisponde alla capacità “di prendere su di sé l’onere etico di dichiarare ‘civile’ la guerra che ha combattuta e vinta”-

Ma a distanza di 70 anni sembra che ciò sia ancora impossibile; se i comunisti infatti videro svanire l’illusione di conquistare il potere con quella feroce lotta di classe da loro fortemente voluta e contrabbandata poi come lotta di liberazione o “lotta di civiltà” come venne successivamente ridefinita, sono riusciti tuttavia, svanito quel sogno/progetto, ad etichettare come “guerra fascista” quella guerra che era stata invece acclamata prima e combattuta poi fino ai primi di settembre del 1943 da tutto un popolo. Con questo vile e infame marchingegno politico, a cui tanti nostri connazionali altrettanto vili ancora oggi fingono di credere senza alcun senso di vergogna, i comunisti sono riusciti nell’intento di “fascistizzare la guerra”(locuzione usata da De Felice), sollevando così il popolo dalle sue responsabilità e inculcando allo stesse tempo nel cuore e nelle menti di tanti italiani, un profondo sentimento di odio da scaricare solo e soltanto sul “post-fascista”. E allora, delle tante domande che in un suo libro/intervista l’illustre giornalista e storico Pasquale Chessa rivolge a Renzo De Felice, ne cito solo tre e le sottopongo alla riflessione di chi avrà la curiosità di leggere:

a) “ Si può formulare un giudizio storico sulla Repubblica Sociale Italiana senza cadere nella trappola della interpretazione ideologica?”

b)” La RSI è un “buco nero”, una “storia negata”, un “capitolo indicibile” della cultura italiana del dopoguerra: vuol dire che la storia si è fatta condizionare dalla politica?”

c) “Qual è il nesso che lega il malessere morale, culturale e politico di oggi con i nodi della storia di ieri?”

Rimando alla lettura delle risposte illuminanti che dà a tali quesiti il sommo storico: già comunista, passato al Partito Socialista dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa, ridotto alla condizione di revisionista per le ragioni che abbiamo sopra illustrato. Chiudo questo lungo e, voglio sperare, non inutile chiacchierata (o pistolotto?), alla quale vorrei che il lettore desse una dignità almeno pari a quella che merita un dibattito sulla sconfitta “in casa” dei rosso-blu, con quanto saggiamente disse uno dei politici più degni e coraggiosi di questo tormentato Paese:” mi piacerebbe -disse Giorgio Almirante- che il giudizio sui soldati, dall’una e dall’altra parte, fosse ben distinto dal giudizio sui banditi, dall’una e dall’altra parte”.

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  • Giuseppe Maria Farneti 2014-10-07 alle 12:37:33



    Ringrazio Battistini per il contributo che ha voluto dare a supporto delle mie argomentazioni e credo che al mio grazie, dovrebbe far seguito anche quello di chi ha interesse e voglia di capire la controversa storia del nostro popolo.
    La ragione per la quale ho più volte espresso la volontà di fare “testimonianza e controinformazione”, è quella di fornire ai giovani fonti di informazione diverse da quelle in loro possesso, perché le possano confrontare.
    Le attenzioni vanno rivolte soprattutto a questi, perché sono coloro che hanno subito più di ogni altro il dominio di quella forte “egemonia culturale” teorizzata da Gramsci.
    Un dominio imposto in tutte le scuole e attraverso i tre quarti dei mezzi di informazione nazionale; esso in moltissimi casi, ha raggiunto lo scopo che l’intellettuale marxista si prefiggeva: “monopolizzare” le menti per poi meglio controllarle. L’approccio con gli adulti è diverso e in molti casi inutile; tra i pochi che forse non conoscono, tra coloro che forse non hanno adeguati mezzi culturali di valutazione critica, c’è purtroppo anche quella stragrande maggioranza di opportunisti con i quali ogni interlocuzione è inutile e per i quali vale sempre il detto “ non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”.

  • Giuseppe Battistini 2014-10-07 alle 00:10:33

    Un contributo a proposito di “Fascistizzare la guerra” tratto dal libro “Dieci perché sulla Repubblica. Per capire L’Italia dal 1943 a oggi” di Piero Melograni (Che è stato anche Docente alla Facoltà di Scienze Politiche di Perugia)
    Agosto 1939: (vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale). Il capo della Polizia Italiana, Arturo Bocchini,ordinò all’Ovra, la polizia politica, di compiere un’attenta indagine sugli orientamenti dell’opinione pubblica. Risultò che gli italiani nella loro stagrande maggioranza non erano preparati a una guerra e la temevano.
    Maggio e Giugno del 1940: i sentimenti del popolo italiano mutarono profondamente.
    Il 1° giugno del 1940, giorno in cui Mussolini dichiarò guerra alla Francia e all’Inghilterra, la grande maggioranza degli italiani furono d’accordo con quella guerra:
    “l’oponione pubblica presa da ammirazione per i successi tedeschi, riteneva necessario entrare in guerra, confortandosi, sin quasi all’euforia, col pensiero di una sua rapida conclusione”.
    “Anzi andava diffondendosi rapidamente uno stato di timore che la Germania fosse sul punto di riuscire a chiudere assai brillantemente e da sola la tremenda partita e che , di conseguenza noi, …saremmo rimasti privi di ogni beneficio…”
    “che a causa della nostra prudenza di cui veniva attribuita la responsabilità a Mussolini , saremmo stati forse anche puniti dal tedesco e che,quindi , se ancora in tempo bisognava bruciare le tappe ed entrare subito in guerra”
    Questa è la mutevolezza degli italiani!

  • Francesco Gagliardi 2014-10-05 alle 20:39:14

    Caro Peppe,
    mio padre è uno di quei ragazzi del 1923, soldato del Regio Esercito, che venne raggiunto in Jugoslavia dall'Armistizio. Decise di non andare a Salò e di vivere l'ultimo squarcio della seconda guerra mondialrle da IMI in Germania. Ho avuto la fortuna di conoscere da lui e non dai polverosi cattedratici italiani "chi" e "cosa" erano gli italiani di quegli anni. Convinti assertori del conflitto e "audaci" scommettitori della guerra lampo che, nell'arco di pochi mesi, ci avrebbe consentito di sedere al tavolo dei vincitori per rimediare alla "vittoria mutilata". Per il resto, ci sono i film di Totò che ci fanno vedere come i quadri appesi nelle sale da pranzo degli italiani del tempo fossero double-face (l'allegoria mi riporta a quanto accaduto nei primi anni novanta con tangentopoli).

    Quanto alle parole di Almirante, rimando ai libri di Bocca, naturalmente messi all'indice dall'intellighentia di sinistra.

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